Nella nostra natura

È luogo comune, innanzitutto per chi scrive, pensare che la natura sia qualcosa di naturale per i bambini.
Un luogo comune che discende dal diretto pensare che la natura faccia parte di noi e che noi siamo parte di lei.
Certo è stato nella nostra natura esserlo, è stato nella nostra natura conviverci, abitare i suoi ritmi, alzarci quando il sole si alzava e andare a dormire quando calava, seguire lo scorrere del tempo guardando le stelle, prevedere il meteo scrutando il cielo, annunciare la sorte cercando auspici nel raccolto.
La natura ha fatto parte della nostra vita e l’uomo è stato natura. Per molto tempo, per i bambini, per gli uomini è stato naturale sentire di essere in dialogo – magari spesso conflittuale, immaginiamo – con quello che la natura aveva da dire.
Oggi questa esperienza è del tutto innaturale per i più: non soltanto nelle situazioni urbane, ma anche in molti contesti rurali, il modo e il tempo che i bambini condividono con il proprio ambiente sono molto cambiati, fortemente ridotti e comunque inceppati.
Chissà se il nostro dire che per i bambini è naturale stare in natura è ancora vero e in ogni caso se continuerà ad esserlo per tanto.
Sicuramente i bambini hanno una propensione ad abitare la natura godendone, ma ad alcune condizioni, perché è altrettanto osservabile che bambini non abituati a frequentare la natura faticano inizialmente a starci. Sono bambini che si domandano che cosa essa ha da offrire e che, prima ancora, invitati ad uscire chiedono di restare in casa a giocare con le molte belle cose che vi sono, con tutta la tecnologia ricca e interessante che hanno a disposizione (e a noi non dispiace che quella tecnologia ci sia, perché è parte del loro e nostro tempo, dei loro linguaggi, della loro vita). Tuttavia, la ricerca non si stanca di ricordarci che quei bambini, quando non escono e non incontrano l’ambiente naturale intorno a loro, stanno perdendo qualcosa, qualcosa di importante, qualcosa che fa parte del loro DNA da un tempo talmente lungo che comunque resta imperante, almeno come richiamo interiore. Un tempo talmente lungo che sta all’origine dell’uomo e di tutta la sua storia, fino a cambiamenti davvero troppo recenti per poter pensare che non sia ancora un bisogno profondo.
Sul tavolo ci sono trasformazioni radicali, alcune in corso e altre già avvenute senza che nemmeno ce ne accorgessimo. Ma sul tavolo c’è anche la necessità di preservare quella parte di DNA, perché se è vero che è parte dell’uomo evolvere, è altrettanto vero che in alcuni casi vale la pena lavorare per mantenere. Il gene dell’uomo in relazione col mondo è un gene che va preservato e preservarlo significa garantire continuità di esperienza con il proprio ambiente, qualunque esso sia: non quello di una campagna bucolica che non c’è più e neanche quello selvaggio di escursioni così rare da lasciare il tempo che trovano – anche se sono bellissime, quando lo trovano – ma quello del mondo nelle forme che ci sono vicine, cercando natura nelle tracce urbane, nel parco sotto casa, nel bosco appena fuori città quando si può.
Per coltivare quel gene d’appartenenza servono adulti testardi, che sentono ancora un’eco, magari lontanissima, e che si impegnano a fare la fatica di convincere i bambini ad uscire, a lasciare cose più comode, sicure, note, mettendosi al loro fianco con curiosità, per poi scoprire insieme nello stare fuori che qualcosa succede, qualcosa si trasforma. E piano piano vediamo risorgere una parte profonda, preziosa, finalmente naturale.
È per questo che Bambini e Natura esiste e soprattutto è per questo che dovrebbero esistere i bambini in natura.

MG