Meglio pecora

Per molti di noi il tempo dell’estate è la più grande occasione per vivere incontri straordinari con la natura; il mondo con la sua varietà ci consente opportunità di conoscenza ravvicinate con fauna, flora e ambienti naturalistici che altrimenti conosceremmo attraverso immagini.
Per i bambini, soprattutto di città, questo tempo prezioso rischia di definire il loro stesso rapporto con la natura, di creare le condizioni per cui crescano consapevoli della relatività dell’importanza dell’uomo sul pianeta, oppure si continui a perpetrare il modello antropocentrico per cui al genere umano tutto è possibile, dovuto, concesso. Un rischio concreto, dovuto al fatto che potrebbe essere la loro unica occasione, nell’arco dell’anno, di vivere esperienze a contatto con una natura diversa da quella urbana.
Questa breve riflessione nasce un giorno qualsiasi di una qualunque domenica trascorsa in un agriturismo, dove vivono capre, pecore e maiali, oggetto di interesse dei bambini ospiti e dei loro genitori accompagnatori.
Abituati al viavai di persone, molti di quegli animali si avvicinano e soddisfano la fame di scatti fotografici. Una pecora però si tiene a distanza, sospettosa e belante. Forse vorrebbe rientrare alle stalle o abbeverarsi, ma la presenza di umani estranei la fa desistere e nel contempo la muove a protestare.
Un bambino di circa quattro anni chiede al padre la ragione di quel comportamento e si sente rispondere: “Perché quella pecora è cattiva. Non ci vuole qui, non è come gli altri animali”.
Avrebbe potuto semplicemente spiegare al bambino che probabilmente la pecora aveva paura; che in effetti la maggior parte degli animali prova diffidenza verso gli umani; che, nell’avvicinarci a loro, dovremmo essere cauti, imparare a leggerne i segnali e a comprendere la loro lingua, fatta di versi ma anche di posture con precisi significati. E allora forse il bambino avrebbe fatto altre domande oppure al successivo incontro con animali diffidenti avrebbe provato a capire se un’altra forma di relazione è possibile. Ma la sentenza è insindacabile: la pecora è cattiva. Non ci vuole vicini perché è cattiva.
Non è stata la banalità di quelle parole ad avere sollecitato queste riflessioni, ma la consapevolezza che è necessario investire in una forma di educazione, che raggiunga il maggior numero di bambini, finalizzata a cambiare l’umana onnipotenza, fondata su un errore ontologico che troppo pervade parole e azioni della nostra specie dirette verso il pianeta.
Nella moderna cultura occidentale la Natura ha perso il senso del divino che aveva un tempo e che oggi mantiene nelle società tribali ancora esistenti.
Anche gli astri, forse l’unica forma di natura che conserva le millenarie tradizioni mitologiche, sono stati relegati, con la massificazione dell’oroscopo, a una faccenda da gossip.
Qualche esempio: chi si preoccupa di condividere con i bambini i misteri della volta celeste? Di scoprire le costellazioni? Di indagare il simbolismo che le identifica? Di astri si parla soltanto in termini di segno zodiacale: la maggior parte dei bambini conosce il proprio o quello della mamma e del papà, senza contestualizzazione a supportare la profondità di senso che invece dovrebbe appartenere allo Zodiaco.
E che dire della banalizzazione degli agenti atmosferici? Difficilmente noi adulti condividiamo con i bambini lo stupore, il rispetto di fronte alle forze della natura che si sprigionano attraverso la pioggia o il freddo. Nel parlare comune invece facilmente si associa la pioggia a parole come “noia”, “tristezza”, il freddo a “fastidio” (quando non “raffreddore”!)… Forse ci rifiutiamo, seppure inconsciamente, di rivelare ai bambini che sono forze incontrollabili, indomabili, indipendenti da noi.
Siamo più propensi a sottolineare il bello, la cui manifestazione è così potente che per la verità le parole di apprezzamento poco aggiungono (pensiamo ai tramonti e ai colori del cielo d’estate).
Quanto bisogno avremmo di ritrovare il sentimento e il linguaggio del mito, le parole e i valori degli archetipi, quando l’ineffabile permeava le nostre vite e il timore di essere in balia di qualcosa di ben più antico e potente dominava la vita degli uomini, che, consapevoli della loro impotenza, restituivano perenne gratitudine a ogni creatura animata e inanimata.
Oggi un invisibile virus ci ha costretti a prendere le misure e riflettere su un relativismo cui non siamo più abituati, ma non sufficiente a rieducarci a capire che il tempo a disposizione sul pianeta è un dono, e come tale abbiamo l’obbligo di considerare la gratitudine come nostra condizione esistenziale.
Possiamo farlo, però, soltanto se smettiamo di osservare il mondo come se avessimo tra le mani un telecomando che ci consente di “fare zapping”, ignorando tutto quanto di sgradevole ci appare, scegliendo solo il bello, il gradito, l’utile all’occhio umano. Uno sguardo deviato, quindi, ma che è lo stesso con cui nutriamo i nostri bambini, le cui ricerche di senso sarebbero invece ben più aperte a una conoscenza senza condizioni, pre-condizionata.
Se ogni bambino deve poter godere del diritto a esplorare, scoprire meraviglie, attraversare nuovi territori, dovrebbe essere accompagnato ad apprendere nel contempo il rispetto per ciò che via via incontra.
La maestosità, la fragilità e insieme la vetustà della natura dovrebbero colpire i nostri sensi e le nostre emozioni precedendo, per così dire, la “gioia dei sensi” in ogni nostro tentativo di avvicinamento a lei: un misto di riverenza e timore, soggezione e paura, prudenza  e riguardo dovrebbero scaturire. Parole queste che agli adulti piace poco pronunciare per definirsi nella relazione con l’”altro da sé”, eppure necessarie e,  ancor più, dovute nei confronti di tutto quanto può dirsi “vita” su questa Terra. Vita che non dipende per filogenesi dall’umana volontà ma che anzi ci precede di milioni di anni.
Seminiamo gratitudine: per essere l’unica specie, forse, che può porsi domande sull’incessante meraviglia, la stupefacente originalità e gli infiniti misteri della natura.

Pecora

CdA