Case naturali

A chi di noi non è capitato di osservare che i bambini in un contesto di natura, soprattutto negli anni della scuola primaria, ma anche poco prima, trovano grande soddisfazione nella costruzione di capanne, case, rifugi o tane?

Pur di realizzarne sono disposti a sopportare fatiche, trascinare tronchi ben più alti di loro, procedere per tentativi fino a realizzare un’architettura che stia in piedi,  e che possa ospitarli.

Non importa se stiano attraversando un parco pubblico, una spiaggia o un bosco, i bambini se individuano gli elementi idonei si costruiscono luoghi da abitare.

Ovunque si trovino rami spezzati e lunghi abbastanza da prestarsi allo scopo, piuttosto che canne e giunchi, i bambini si organizzano in modo autonomo in una squadra di lavoro che farebbe invidia ad un cantiere.

Non ci sono distinzioni tra lavori da maschi e da femmine e non è necessario determinare responsabilità specifiche né eleggere un capo, è come se i bambini sapessero come si fa, come se gli accordi dello spartito “casa” risuonassero dall’interno, creando comunanza d’intenti, di modi, di gesti.

Come dove e quando lo abbiano imparato è una buona domanda, perché è indubbio che ognuno da bambino ha sperimentato lo stesso bisogno e forse esperienza, ed è anche verosimile che immagini potenti in tal senso si ritrovino negli albi illustrati che accompagnano l’infanzia.

Ma l’infanzia non è solo quella del nostro mondo civilizzato,  è anche quella dei paesi poveri del sud del mondo, dove gli albi illustrati non hanno diffusione.

Eppure, viaggiando in quei luoghi le capanne dei bambini sono una certezza.

Allora una risposta possibile è forse da ricercare nell’etimologia della parola “abitare”, che si collega a quella di “avere”, significa tenere con sé, fare proprio.

E’ molto suggestivo pensare che i bambini in natura vogliano fare propri i luoghi e trattenere il tempo ivi/lì trascorso, costruendo alloggi che hanno il significato di ancorarli all’ambiente, in cui percepiscono benessere, sentono di stare bene e quindi vorrebbero sostare a lungo o tornare,  e per questo creare approdi pronti ad accogliergli.

Forse è così o forse no ma è tanto bella la domanda quanto le possibili risposte che apre, del resto “forse” come insegna l’eterno poeta Giacomo Leopardi è una delle più belle parole del nostro vocabolario perché “apre delle possibilità non delle certezze… Perché non cerca la fine ma va verso l’infinito”.

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CdA