A tirare troppo la corda

Peter Gray ci ricorda che “stiamo tirando troppo la corda dell’adattabilità infantile. Abbiamo spinto i bambini in un ambiente anormale, dove ci aspettiamo che trascorrano porzioni crescenti della giornata sotto le direttive degli adulti […]. Li lasciamo sempre meno liberi di, e con sempre meno tempo a disposizione per, giocare ed esplorare e dedicarsi a ciò che li appassiona.” (Peter Gray, Lasciateli giocare, ed. Einaudi)

Lasciare liberi di giocare i bambini, tanto in un parco pubblico quanto in quello scolastico, non significa privarli di regole o di apprendimenti, indica semplicemente il modificarsi del punto di vista dal quale osserviamo ed allora il bambino desideroso di leggere tra i rami di un albero, che apparentemente coniuga due azioni logicamente sconnesse, la lettura in posizione composta, e l’albero, elemento con altre funzioni, acquista un senso differente. Comunemente lasciare un bambino libero di arrampicarsi sull’albero, ad oggi, significa trasgredire ad un divieto, dare un rischioso esempio di imitazione. Lo stesso accade se permettiamo ai bambini di camminare scalzi sull’erba, scavare una buca al centro del parco, accumulare rami caduti o raccogliere “pericolose” bacche o sassi. Noi adulti ci siamo convinti di lasciare giocare i bambini liberamente all’aperto purché questa libertà si limiti alla visione che l’adulto ha del gioco libero. Visione spesso limitante. Visione spesso povera di quelle domande che i bambini si pongono: come posso salire su quell’albero? Quale piede? Quale mano? Come mantengo l’equilibrio? Il ramo sarà sufficientemente robusto per accogliermi? La posizione dei rami mi permette di accomodarmi con un libro? Riuscirò a scendere? Quanto è alto? Questo abbigliamento mi facilita l’arrampicata? La corteccia può graffiarmi? Le domande che si pone un bambino di fronte ad un atto così apparentemente semplice, sono così silenziose che spesso noi adulti le interpretiamo come gesti di trasgressione a regole assorbite per abitudine e non come azioni ludiche autoformative.  Cambiare prospettiva è possibile. Forse, se anche l’adulto ricominciasse a salire sugli alberi, camminare scalzo, sedere sul terreno umido e non sulla panchina, le domande che scaturirebbero permetterebbero di essere onestamente liberi nel lasciare liberi di giocare. Non indulgenti, non fiduciosi, ma sinceramente interessati e consapevoli dei processi di crescita che il concetto di “libertà” implica, smettendo di “tirare troppo la corda”.

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SV