Una scuola intervallo

In questo periodo si parla molto di scuole con intervalli troppo lunghi o fuori tempo o, d’altra parte, di intervalli negati; di tempi pieni, molti, e tempi vuoti, quasi nulli. Così questa parola, “intervallo”, pedagogicamente ignorata e didatticamente bistrattata, torna alla ribalta e porta con sé più di una riflessione, nell’intento di evidenziare il significato positivo e ricreativo, nel senso di rigenerante, che esso può assumere all’interno di una giornata scolastica. Da qui, il passo a ragionare di quella stessa giornata scolastica e dei suoi ritmi intensi è breve. Un po’ più lungo, ma solo di poco, quello che porta a discutere della scuola nel suo insieme e dei suoi obiettivi stringenti.

Allora, un dubbio si insinua, fastidioso: e se oggi la scuola dovesse essere proprio un lungo, ingombrante intervallo? Se questo fosse il compito migliore, più provocatorio e utile da attribuirle? Un intervallo inteso come sospensione dal bombardamento di informazioni senza filtri, dall’accumulo frettoloso di dati presto svaniti, dalla corsa a competere e primeggiare, per consentire alla scuola – dichiaratamente, spudoratamente – di essere il posto dove il pensiero prende fiato, permettendosi di farsi curioso, analitico, critico; dove si apprende a cercare le informazioni, sperimentando la capacità di scegliere, prendere posizione, a volte opposizione; dove si esercita la competenza a conoscere gli altri, tutti, facendo la fatica di scambiare gli sguardi e provando a diventare solidali; dove si costruisce il rispetto per il mondo, non perché viene “insegnato”, ma perché lo si può incontrare, attraversare, abitare.
Un intervallo che interrompe la paura e apre alla vita.

Perché l’intervallo non è solo il periodo di tempo che intercorre tra due azioni, ma è anche lo spazio che intercorre tra due oggetti, tra due soggetti. Uno spazio di congiunzione, tra pensieri, cose, azioni, persone. Una scuola dell’intervallo.

MG